In concorso: “Il chiosco in riva al lago”

In concorso: “Il chiosco in riva al lago”

Al chiosco in riva al lago, di proprietà della mia amica Juliet, avevo iniziato ad andarci spinta dalla curiosità di vedere come avesse sistemato quello che in origine era poco più di un baracchino di legno e dovetti ammettere che il risultato non era niente male: in  particolare mi piacquero da subito la tenda a strisce bianche e gialle e  i tavolini ricoperti da tovaglie fiorate che mettevano allegria al solo guardarle.

A confronto con altri bar più eleganti nei dintorni, il chiosco non aveva nulla di speciale, ma la semplicità, l’estrema pulizia e la tranquillità del posto richiamavano ogni giorno sempre più persone.

Durante le ferie di agosto avevo cominciato a passare intere giornate con Juliet, un po’ per tenerle compagnia (da quando avevamo terminato gli studi le occasioni d’incontro si erano diradate, ma eravamo pur sempre ottime amiche dagli anni del liceo), un po’ per darle una mano. Non ero sua dipendente, non facevo la cameriera, semplicemente la avvertivo se arrivavano nuovi clienti mentre lei era nel retrocucina, tenevo la lista delle cose da ordinare ai fornitori e sbrigavo qualche piccola commissione.

Dopo mesi di lavoro tra cumuli di scartoffie (ero segretaria part-time in un piccolo studio professionale), passare il tempo tra panini, bibite, gelati, dolci e caffè mi trasmetteva una grande calma.

– Non avrei mai pensato di potermi divertire controllando le scorte di pane in cassetta e sottaceti… – dissi un giorno, mentre spuntavo la lista degli ordini. – Ti sembrerà strano, Juliet, ma da quando vengo qua mi sento come rinata… Non so perché, ma questo posto ha un che di magico… – conclusi, volgendo lo sguardo verso il lago.

– Ah, la nostra poetessa Irene…! – mi prese bonariamente in giro Juliet. – Però è vero: essere riuscita a rilevare questo posto, a trasformarlo secondo il mio gusto, dedicandovi tutto il mio entusiasmo, la mia passione… sì, per me è un sogno diventato realtà… e poi qui la padrona sono io!

Ci mettemmo a ridere. “Però”, pensai allora, “sono proprio poche le volte nella vita in cui riesco a ridere di cuore, ad essere veramente felice.” Queste parole spensero per un istante il mio sorriso, ma poi mi riscossi e tornai ad occuparmi degli impegni della giornata.

Alla sera il chiosco non chiudeva eccessivamente tardi, ma dato che comunque era buio i nostri fidanzati, Pietro e Sandro, ci venivano a prendere: Juliet saliva sulla moto di Pietro ed io sull’auto di Sandro, sempre puntualissimo. Solo una sera, quella  sera, Sandro aveva tardato. Juliet se n’era andata, anche se avrebbe voluto rimanere insieme a me ad aspettare Sandro, ma io avevo insistito affinché se ne  tornasse a casa, perché era raffreddata e molto stanca. Ferma a lato del chiosco cominciavo  tuttavia ad avvertire un po’ di timore ed anche di freddo, perché si era alzato un vento abbastanza forte, vedevo l’acqua del lago incresparsi come il viso di un bimbo arrabbiato. Ripensandoci ora, posso dire che quell’atmosfera si intonava molto bene con quanto sarebbe successo di lì a poco, quando finalmente Sandro arrivò: nulla di catastrofico, perché può accadere a chiunque di essere lasciato di punto in bianco senza apparente motivo, ma si tratta pur sempre di quelle cose che si pensa capitino sempre e solo agli altri, mai a noi.

Ritrovandomi all’improvviso in quella situazione, con Sandro che, camminando nervosamente avanti e indietro tra le pile di sedie incatenate, elencava ragioni alternandole a sofferte giustificazioni, rammento che la prima cosa che mi passò per la mente fu: “E adesso, chi mi verrà a prendere la sera?”  Di certo spostare l’attenzione su qualcosa di insignificante era solo una difesa della mia mente, ancora impreparata ad accusare del tutto il colpo, ma era innegabile che io a quel chiosco ci tenessi davvero, sebbene non fosse mio. Sapevo che più tardi mi sarei disperata, mi sarei sentita sconvolgere da emozioni contrastanti, mi sarei fatta mille domande, eppure in quel momento non riuscii a pensare ad altro che al chiosco; sebbene lo desiderassi, non riuscii neppure ad abbandonarmi al pianto. Probabilmente ero  piuttosto scossa.

Il giorno dopo, Juliet non insistette per conoscere i dettagli di quanto era successo ed apprezzai il fatto che mi lasciasse in pace. Ero distratta e passai buona parte della giornata a correre qua e là senza scopo, eppure non mi sentivo male. Avevo dormito poco, fatto sogni agitati ed al risveglio mi ero rigirata tra le lenzuola cercando risposte a domande tardive, ma era incredibile come al chiosco mi sentissi protetta, ancor più che a casa. Osservavo le persone che arrivavano, molti li potevo ormai salutare per nome e mi sembrava di far parte di una grande famiglia; non accadeva mai nulla di particolarmente interessante, eppure proprio quell’assoluta normalità era come un balsamo per le mie ferite.

Con il passare dei giorni cominciò ad accendersi in me una scintilla di consapevolezza che pian piano divenne sempre più forte, una luce interiore che diede finalmente un senso ad ogni cosa: improvvisamente capii come nel profondo del mio essere avessi sempre saputo tutto, fin da prima che accadesse. Riconobbi di aver vissuto in modo superficiale, convinta di essere contenta del mio lavoro, del mio uomo, di me stessa, ma dentro di me albergava un costante malessere, una sorta di stanchezza che, seppur leggera, non mi abbandonava mai. Mi resi conto di come la mia mente ed il mio corpo in qualche modo avvertissero da tempo che avrei avuto presto bisogno di un conforto.

Senza rendermene conto, avevo iniziato un viaggio dentro di me, alla ricerca di sensazioni autentiche, e le avevo trovate in quell’angolo in riva al lago.

Quando capii, fu come se tutte le emozioni trattenute fino ad allora rompessero l’argine della mia finzione e scoppiai in un pianto liberatorio. Lo specchio del piccolo bagno del chiosco mi rimandò l’immagine di un viso stravolto, ma gli occhi arrossati luccicavano per la prima volta dopo tanto tempo di una serena determinazione.

Sapevo quello che desideravo fare e, finalmente, lo feci senza alcun dubbio o timore: chiesi a Juliet di poter lavorare con lei come dipendente, e a seguito del suo entusiastico assenso corsi a redigere la mia lettera di dimissioni.

Avevo perso un lavoro che ritenevo il solo adatto a me e un uomo che ritenevo ideale, avevo perso le mie certezze e le mie convinzioni, ma non mi sentivo affatto sconsiderata, bensì padrona della mia vita per come desideravo che fosse.

Avevo perso molto, ma il prezzo da pagare non era stato alto rispetto all’aver raggiunto il traguardo più grande e più vero: ritrovare me stessa.

 

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