In concorso: “Pettegolezzi in provincia”

In concorso: “Pettegolezzi in provincia”

Lo sferragliare cantilenante di un treno, estensioni di terra coltivate, villaggi illuminati e boschi sfrecciano davanti agli occhi un pò miopi ma vivacissimi di un maturo signore in doppiopetto grigio. Il paesaggio muta rapidamente ma subito scompare nel nulla per lasciare nello sguardo nuove immagini. Il treno continua la sua corsa e su quel volto, segnato dal tempo, i pensieri giocano errabondi nel silenzio della notte. Capelli brizzolati, tratti decisi, una dolcezza ce­ lata e un’espressione nostalgica che lascia trapelare un lega­ me atavico non reciso nel tempo. Una giovane donna bruna, in uno splendido abito di kashmir cobalto, alza lo sguardo e incontra per un brevissimo attimo due occhi azzurri che subito si perdono lontano.

Il treno sfreccia nel buio e i pensieri dei due personag­ gi sembrano incrociarsi per una frazione di secondo. Forse ognuno di loro, cullato dal ritmo delle carrozze sui binari, sfoglia il libro della memoria alla ricerca di un luogo, di un profumo o di un ricordo velato dalla polvere del tempo. La lampadina blu dello scompartimento di prima classe invita ad un ovattato dormiveglia. Le luci baluginanti delle sta­ zioni ondeggiano nel vento e lanciano sui radi viaggiatori strane ombre. La notte e il sibilo delle raffiche tra gli alberi in fuga creano un’atmosfera quasi spettrale; le persone sem­ brano fantasmi che vagano nel tempo e nello spazio in attesa di un convoglio invisibile. Uno stridio, un fischio e la corsa continua, ma quello sferragliare cantilenante non perde il suo fascino misterioso, sembra una musica lontana, un rit­ mo che ritorna e lascia volare i pensieri in mille direzioni diverse.

I primi pallidi bagliori dell’alba affiorano a levante, i ve­ tri dei finestrini sono ancora appannati e una lieve foschia posa sul paesaggio un velo fluttuante costellato di perle gri­ ge. D’un tratto una voce baritonale annuncia il nome di una stazione e il treno si ferma cigolando. I due solitari compagni di viaggio si scambiano un timido sorriso, un saluto frettolo­ so e subito le loro strade si dividono e si perdono tra la folla dei soliti pendolari. Nei loro sguardi è rimasto un insolito contatto. Il signore in grigio con la sua ventiquattrore, un caldo cappotto blu e il suo borsalino ben calato per il freddo, si avvia alla macchina posteggiata dietro la stazione.

Di nuovo a casa, la giovane filippina lo accoglie col solito sorriso, ma tra le pareti risuona l’eco della solitudine. I mo­ bili, la vecchia pendola, i morbidi divani, nulla è cambiato, c’è troppo silenzio intorno, un silenzio e un vuoto che ora sembrano ingigantire. Domani la solita routine; un salto in centro, il giornale, qualche buon libro per la serata, un salu­ to divertito al simpatico gruppetto dei pensionati sempre in cerca di notizie e, tempo permettendo, una lunga passeggia­ ta in campagna. La meta è un vecchio cascinale ben ristrut­ turato di proprietà di un caro amico d’infanzia. Un’oasi di pace tra alberi e campi, un piccolo maneggio e una famiglia numerosa.

Tra le arcate del portico c’è una veranda aperta e all’inter­ no un locale ampio con un bel camino acceso, lo scoppiettio della legna sulle braci e una simpatica confusione. Odore di vivande genuine, un’affettuosa intimità e un profumo d’altri tempi riproposto con arte e generosa ospitalià.

I pensionati, impossibile dimenticarli, pochi ma allegri e burloni.

Ogni giorno, tra una battuta e l’altra, giocano con qual­che pettegolezzo. Il freddo è pungente nel paesotto cir­condato da monti spolverati di neve. La solita panchina è deserta, ma c’è sempre quel delizioso bar dell’angolo. Un tempo, rammenta uno dei buontemponi a riposo, era bello camminare nel piccolo centro storico, c’è un velo di tristezza nella voce, oggi tutto sembra diverso; tra un ritocco e l’altro e qualche g      di troppo il paesaggio è peggiorato. Alcuni  dei vecchi caffè sono spariti e i pochi rimasti hanno perso la vernice e quel tocco di intrigante complicità. I commenti s’intrecciano e i ricordi investono il presente quasi come una valanga.

Ricordi! Dice qualcuno con rammarico: un tempo si re­ spirava l’aria pura e frizzante dei nostri monti, poco traffico, niente semafori, qualche vigile urbano impeccabile nella sua divisa e tante belle ragazze in bicicletta. C’era anche la saletta del bigliardo, i tavolini ben distanziati e i camerieri discreti  e am1c1.

Il nostro paese vanta poche nobili origini, niente feudi nell’album dei ricordi ma tutta brava gente con l’hobby del lavoro. Chiacchere, nostalgie, pettegolezzi e storie vere pren­ dono la mano. Il signor Luigi, un ottantenne arzillo che, al passaggio di una bella donna, ancora avverte un brivido  di fuoco, si fa per dire, è un tipo sportivo: pantaloni di tweed e giubbotto di pelle nero.

Ma ritorniano ai pettegolezzi. E’ una vecchia storia: lei, dice il nostro interlocutore, è una morettina discreta, forse un pò anonima, nulla di speciale ma ben conservata, na­ turalmente c’è il trucco: qualche massaggio al punto giu­ sto e un pò di ginnastica che fa tanto moda in palestra.

Sai continua il signor Luigi con aria sorniona, come se parlasse con un solo amico, quella signora ha sempre un’aria un pò contrita e un pò bigotta; quando la incontri sembra una ver­gine piangente ma subisce tanto il fascino del dio danaro. La poverina è ricca ma è tutto un lamento, gli abiti ovviamente sono firmati ma non vistosi, il paese è piccolo e la gente par­la, ne andrebbe della sua attendibilità.

E’ appena entrata al bar una attempata signora e gli ami­ci iniziano una partitina a carte. L’arzillo ottantenne, oggi è scatenato, si alza offre un caffè alla nuova venuta e visto che è un’amica incalza. La signora si chiama Angelica, mio Dio Angelica non proprio, venti chili di troppo e i capelli grigi tagliati a spazzola! Ora il signor Luigi parla sottovoce: sai racconta quasi sussurrando, la signora Cecilia di cui ho par­lato poc’anzi abitava a Torino, ma un suo parente, vista l’età, ha pensato di presentarla ad un collega scapolo e facoltoso. Insomma per farla breve i due si sono sposati, tutto bene in apparenza ma ora ti faccio una confidenza un pò piccante, la cosa resti tra noi.

Quel matrimonio era solo un contratto comodo per en­ trambi. Lei una zitella e lui un personaggio di spicco molto stimato. La notizia è esplosiva, quest’uomo tutto d’un pezzo, cordiale e serioso è sempre stato un gay ma nessuno o quasi lo ha mai scoperto. Questo è un segreto, è come se l’avessi detto in confessionale. La povera Angelica, donna all’antica, si è ritrovata tra le mani una notizia sconvolgente e mentre se ne va è tutta un fuoco e rossa come un peperone. Per oggi  i pettegolezzi sono finiti e per fortuna, i soliti amici, questo particolare se lo sono proprio perso.

I giorni passano e il gruppetto della maldicenza, tempo permettendo, si appropria della solita panchina al sole. La gente passa e tra belle ragazze in minigonna, qualche signora ben vestita e una casalinga triste con la borsa della spesa un pò pesante, il tempo passa.

I pettegolezzi ritornano più o meno pesanti, a seconda dell’umore; sarà la noia, la solitudine o il rammarico della giuventù svanita tra i bei tempi andati. Chissà!

Oggi è il turno del signor Giovanni, ottantasette suo­ nati, abito di taglio classico e una memoria di ferro. Ve la ricordate, dice ammiccando, la Carolina? Era una bellezza un pò grezza ma un pezzo di figliola che faceva girar la testa. Nel’ ’45 alla fine della guerra, l’ho incontrata ma andava di fretta, aveva i capelli rapati quasi a zero, era amica dei fascisti e faceva una vita piuttosto allegra. Forse, non sapete l’ulti­ ma, oggi la signora viaggia in decapotabile argento ed è la moglie rispettabile di un noto ginecologo.. Il gruppo esplode in un gran risata e qualcuno ribatte: sembra proprio una barzelletta.

E’ un giorno grigio, piove, la panchina è deserta, la gente passa frettolosa tra ombrelli variopinti, però quella panchina vuota è tanto triste senza quei vegliardi un pò burloni che, spettegolando, ritrovano qualche sprazzo di gioventù.

Finalmente il sole, l’aria è frizzante, la panchina rivive e i pettegolezzi ritornano. Sono sempre vecchie storie che rie­ mergono per un gioco di memoria o per il passaggio inatteso di qualche sopravissuto malcapitato.

E’ il turno del signor Giacomo, un ometto mingherlino e ottantasette anni suonati, stravagante tutto pepe, siamo sulla  soglia dei  novanta ma l’ agguerrito gruppetto sembra non sentire il peso degli anni. For­se, data l’età, possiamo soprassedere. Un momento di silenzio, dopo l’autobus è apparsa la signora Maria, sempre più minuta, sui sessanta, un tipetto grazioso, viso d’angelo ma punge come un calabrone. Sposata felicemente, almeno sembra, tre figli, un marito placido con occhialoni scuri, molto scuri dice con aria intrigante il signor Giacomo detto Giacomino. Forse il pove­retto non sa ma, in fondo, in famiglia tutto è regolare; certo che la mogliettina è un tipetto sveglio, cosa non si fa per la carriera e un certo benessere! In fondo qualche vantaggio c’è!

I giorni scorrono ma è arrivato il freddo e i pettegolezzi sembrano congelarsi. Nie-nte illusioni, c’è sempre quel vecchio bar antico baluardo del gentil sesso che funziona a tutto vapo­ re! Tra chiacchere, malignità, la squadra del cuore e la politica la vita scorre. E’ un giorno d’autunno, un raggio crepuscolare gioca. tra i vecchi platani del vialetto che porta alla stazione.stravagante tuuo pepe, si’ amo au11a sogu,. a a1e1•  novanra ma 1′ ag- guerrito gruppetto sembra non sentire il peso degli anni. For­ se, data l’età, possiamo soprassedere. Un momento di silenzio, dopo l’autobus è apparsa la signora Maria, sempre più minuta, sui sessanta, un tipetto grazioso, viso d’angelo ma punge come un calabrone. Sposata felicemente, almeno sembra, tre figli, un marito placido con occhialoni scuri, molto scuri dice con aria intrigante il signor Giacomo detto Giacomino. Forse il pove­ retto non sa ma, in fondo, in famiglia tutto è regolare; certo che la mogliettina è un tipetto sveglio, cosa non si fa per la carriera e un certo benessere! In fondo qualche vantaggio c’è!

Il signore in doppiopetto grigio, dopo quel viaggio not­ turno, rirorna alla ribalta. Oggi, impeccabile come sempre, ha qualcosa di speciale nello sguardo e una luce nuova. D’un tratto sorride, tra la folla in partenza, qualcuno agita una mano in segno di saluto, è la bella scunosciuta, ora non più, di una notte in treno.

Quel brevissimo sguardo di allora, oggi è l’inizio di una dolcissima fiaba.

 


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