“La prima volta” di Alfredo Tocchi

(tratto da ‘La principessa del carnevale di Rio’ – Aracne narrativa Editore – diritti riservati )

Sono in riunione da nove ore. Esausto. Gli avvocati della banca vogliono stravolgere la mia bozza di contratto. Io cerco di concedere il meno possibile. Da un mese faccio tardi tutte le sere. Ho trentanove anni, una moglie stupenda e una figlia: Celeste, di un anno e mezzo. Ogni tanto esco dalla sala riunioni dello studio del Professore, per allentare la tensione. Cammino nel lungo corridoio fino alla reception, scambio una battuta con Piera la mia segretaria, e torno in riunione. È l’inizio di gennaio. A Natale non ho fatto neanche un giorno di vacanza, mi sono preso giusto qualche ora il pomeriggio della vigilia per comprare i regali. Sono quasi le sette di sera, ho voglia di andarmene a casa. Invece devo restarmene seduto, a fianco del mio collega tedesco, a negoziare in inglese ogni singola virgola del contratto. Quando Piera entra nella sala, penso voglia semplicemente dirmi che va a casa. Invece mi viene accanto e dice a voce bassissima:
«Avvocato, c’è sua moglie al telefono. Sta piangendo.»
Mi scuso ed esco insieme a Piera.
«Me la passi nella mia stanza, per favore.»
«Ciao Paola cosa succede?»
«Sono stata dal dottore con Celeste.»
«E allora?»
Singhiozza, non parla.
«Cos’ha detto?»
«Celeste ha un ritardo motorio. Dobbiamo portarla subito da un neurologo.»
Mi accascio sulla sedia. Non riesco a dire nulla. Mi tremano le mani. Paola piange. Ormai mi ha detto tutto e ora piange, piange e basta.
«Sono ancora in riunione Paola. Ora vedo di chiudere e di tornare a casa. Ti amo.»
«Anch’io. Ciao.»
Poso la cornetta e resto seduto, con la testa tra le mani. Devo tornare in riunione. Devo sempre tornare in riunione, qualunque cosa succeda. Sono tornato in riunione tre giorni dopo un ictus. Ma si trattava di me, non di mia figlia. Non di Celeste. Mi sento male, sto per vomitare. Non riesco a piangere. Piera bussa alla porta. Mi fissa, come per capire quanto sia grave quello che sta succedendo. Le sussurro di andare a casa. Devo avere un’aria stravolta: mi si legge in faccia quanto è grave. Difatti non mi chiede nulla.
«Buonasera avvocato.»
«Buonasera Piera, a domani.»
Mi alzo e vado in bagno a sciacquarmi la faccia. Ho due occhiaie nere e sono pallidissimo. Torno in riunione e resisto ancora un’ora. Alle venti, dopo una rapida consultazione con gli altri avvocati, riesco a ottenere di riprendere le trattative la mattina dopo alle nove. Accompagno tutti alla porta, rientro per abbassare le tapparelle e spegnere le luci, chiudo la porta blindata dello studio e me ne vado, a piedi, verso casa.
È una serata fredda ed è l’ora di cena. Attraverso Piazza del Duomo. L’albero di Natale non c’è più. Cammino e penso a Celeste. Ha un anno e mezzo e non cammina. Ha un ritardo motorio. Potrà camminare? Mio Dio, falla camminare. Non credo in Dio, non credo in nulla, ma farei qualsiasi cosa pur di vedere mia figlia camminare. Arrivo a casa e suono il citofono: non porto mai le chiavi. Paola mi aspetta sulla porta. Ha un’aria orribile, livida. Si vede che ha pianto. Ha raccolto i capelli, come quando ballava.
«Dorme?»
«Sì, ma fai piano, si è appena addormentata.»
Ci abbracciamo senza dire nulla. Mi siedo a tavola. Non ho fame.
«Ti scaldo la pasta?»
«No, grazie.»
«Devi mangiare Giulio» insiste Paola. E va in cucina. Mi alzo e la seguo. La abbraccio di nuovo, da dietro, mentre accende il gas.
«Hai parlato con tuo padre?» domando.
«Sì. Ha telefonato al San Raffaele. Domani mattina la porto dal Professor Carannante.»
«Vengo anch’io.»
«Lo sai che non puoi venire. Non vai in studio domani?»
«Paola, un giorno potrò pure non andare. Sono andato a lavorare tutti i giorni della mia vita da nove anni a questa parte. Lavoro come un cane. Sono pagato una miseria per il lavoro che faccio. Domani non vado. Chiamo subito il Professore. Per una volta, che ci vada lui in riunione.»
«Sai che non parla inglese…»
«Sì, ma parla tedesco. Si faccia tradurre quello che dicono dal legale di WKW.»
«Fai come vuoi. Io posso andarci anche da sola.»
Mangio in silenzio. Paola si siede di fronte e mi guarda mangiare. Appena finito mi tolgo le scarpe e vado in camera di Celeste. Dorme abbracciata a Elmo, il suo pupazzo preferito. Nella poca luce che filtra dalla porta socchiusa osservo le manine strette sul pupazzo. Mi inginocchio per darle un bacio sulla fronte. Muove un piede ed esco in fretta per non svegliarla. Eppure vorrei svegliarla, per stringermela contro e raccontarle la sua storia preferita, quella di Tonino Tonno. Quando riesco a non fare tardi, l’addormento sempre io, raccontandole le mie pazze storie inventate al momento. A poco a poco è stata lei a farmi capire quelle che più le piacevano, chiedendo di raccontarle sempre le stesse: Tonino Tonno, la formica Zippa, il granchio Marley. Un ritardo motorio: se esiste un Dio, non può farle questo. Se la prenda con me, che non credo. Non con lei. Ma anche se io morissi per lei dieci volte, non potrei sollevarla dalla più piccola particella del suo Destino (Hermann Hesse, Siddharta).
Paola è un’ex ballerina classica e sua figlia – nostra figlia – ha un ritardo motorio. Non c’è una logica, non c’è nessuna logica. Cerchiamo il senso delle cose, ma non ce l’hanno. Dio ha voluto così. Il Destino ha voluto così. E Celeste ne è la vittima. Sono esausto. Ho i nervi a pezzi. Vado in bagno a lavarmi i denti e mi metto a letto. Paola è ancora nel suo bagno. Ho un libro sul comodino, ma non lo apro da due mesi. Non guardo la televisione. Paola a volte la accende. Io mi avvicino a lei, la stringo, metto la testa contro la sua spalla e mi addormento. Senza di lei non so dormire. Senza di lei non saprei vivere. Sono un buon marito? Lei è felice? Non lo so. Sono fedele e la amo, ma so di essere noioso. Lei era abituata agli artisti. Io sono un uomo serissimo. Laurea a ventitré anni, master a ventisei, avvocato a ventinove – esame superato a Milano, al primo tentativo: questa è la mia vita, il resto è contorno. Il resto sono ritagli di tempo. La mia non è ambizione. La mia è paura di diventare un fallito. Ce la sto facendo, ho trentanove anni e ce la sto facendo. A scapito di tutto il resto, ma ce la sto facendo.
E Celeste è mia figlia. Voglio farcela per lei. Nessuno è mai stato fiero di me. Voglio che Celeste sia fiera di me. Voglio che mi guardi come una figlia orgogliosa e dica: quello è mio padre.
Paola viene a letto e mi sussurra: «Non venire, non fa niente.»
«No, vengo. Devo chiamare il Professore. Me ne ero dimenticato.»
Il telefono è sul comodino. Guardo sull’agenda il suo numero di casa.
«Pronto Professore?»
«Ciao Tocchi, cosa succede?»
«Professore, ho un problema. Domani mattina non posso venire in studio.»
«Ma non continuate le trattative con la banca?»
«Sì Professore, ma devo andare all’ospedale per fare un’altra TAC al cervello. Si è liberato un posto per domani mattina e il mio neurologo vuole che vada prima possibile. Vuole vedere quali sono i danni dell’ictus.»
«Non hai danni Tocchi. Secondo me è inutile fare un’altra TAC.»
«Sono quasi cieco dall’occhio sinistro, Professore.»
«Appunto. Non hai altri danni.»
«Professore, mi scusi ma devo proprio andare all’ospedale. Non posso fare arrabbiare il mio medico.»
«Fai come vuoi. Così però farai arrabbiate i miei clienti tedeschi.»
«Mi dispiace. Tornerò in studio prima possibile. Buonanotte Professore.»
«Buonanotte.»
Paola mi guarda: «Si è arrabbiato.»
«Lo conosci Paola. È un uomo di merda.»
Mi rimetto abbracciato a lei. Accende la televisione. Ogni tanto mi accarezza. Mi addormento.
Riesco sempre a dormire quando mi coccola. Se invece sono in albergo da solo, fuori Milano per qualche udienza, non dormo. Niente. Leggo, spengo la luce. Mi giro e mi rigiro nel letto. Ricomincio a leggere. Ho bisogno di Paola per dormire. Ho bisogno di Paola per vivere. Ho bisogno che Celeste stia bene. Farei qualsiasi cosa per Paola e Celeste. Non ho altro al mondo.
Sette e trenta: suona la sveglia. Sono ancora abbracciato a Paola, nella sua parte del letto. La sveglia è sul mio comodino, per spegnerla devo allungarmi dalla mia parte del letto. È fredda, nessuno ci ha dormito. È così tutte le mattine. Vado a far la barba. Piove. È ancora buio e piove. Sento Paola alzarsi. Quando esco dal bagno si sta già vestendo. Vado a svegliare Celeste. Mi sdraio nel suo lettino e la riempio di baci. Lei apre gli occhi, poi si stira. Mi fissa con i suoi occhi verdi. Mi mette le braccia al collo. E fa naso naso, come gli eschimesi. Le piace molto. Arriva anche Paola e ci dice: «Che bello spettacolino.» Poi prende Celeste e la porta in braccio. Mio Dio, non cammina. Ha un anno e mezzo e non cammina.
«Paola, vi aspetto giù. Vado in garage a prendere la macchina.»
Metto il cappotto ed esco. Prendo la macchina in garage e parcheggio davanti al portone, sul passo carraio. Aspetto Paola e Celeste in piedi, con l’ombrello in mano.
Attraversiamo Milano fino al San Raffaele. Diluvia e c’è traffico. Stanno costruendo un nuovo padiglione: il parcheggio è un pantano. Domandiamo informazioni all’ingresso e finalmente arriviamo al reparto di neurologia infantile. Sono tesissimo, mi manca quasi il respiro. La sala d’aspetto è colorata di blu e verde, con disegni appesi alle pareti. Accanto a noi altre due coppie. La prima ha un bambino piccolissimo nel baby pullman. Mi domando cosa possa avere. La seconda coppia ha una bimba di circa cinque anni, seduta su un passeggino ormai troppo piccolo per lei. La bimba è bellissima, occhi azzurri e capelli castani. Non riesco a guardarla. Non può camminare? Mio Dio, non può camminare?
Aspettiamo circa mezz’ora, senza dirci nulla. Celeste dorme tra le braccia di Paola. Ogni tanto le fisso: le ricorderò per sempre così. Per sempre, vivessi cent’anni.
Quando la segretaria del Professor Carannante ci fa segno di entrare, mi tremano le mani. È palermitano, come mio suocero. Per questo ci ha dato subito un appuntamento. Per prima cosa stringe la mano a Paola e le chiede come stiano i suoi.
«Lei è la ballerina. A Palermo tutti parlavano dei suoi successi in Francia.»
Poi, freddo e sbrigativo, stringe la mano anche a me. Vuole vedere Celeste in terra. Vuole farla gattonare. Celeste non vuole saperne. Resta seduta e lo fissa. La mette sul lettino e la visita. Non dice nulla. Nel silenzio mi sembra di sentire il battito accelerato del mio cuore.
Finalmente riconsegna Celeste tra le braccia di Paola e ci guarda. «Ha un ritardo motorio, questo è evidente. Però è possibile che non sia nulla di grave. Per ora non sono in grado di dirvi altro. Ritornate tra un mese. Ora chiamo suo padre e gli spiego tutto.»
Provo un moto di rabbia: Gli spiego tutto… E a me non dice nulla, non sa dirmi nulla?
Paola lo ringrazia e lo faccio anch’io. In macchina dico soltanto: «Ne sappiamo quanto prima. Ma questo Carannante è bravo?»
«Sì, è bravo. Cosa volevi che ci dicesse?»
Non rispondo. Volevo che ci dicesse qualsiasi cosa, piuttosto che lasciarci così, senza sapere. Qualsiasi cosa.
Porto Paola e Celeste a casa, lascio la macchina in garage e alle dodici sono già in studio. Entro e Piera mi viene incontro: «Avvocato, ho un messaggio da darle.»
«Dica Piera» e intanto vado verso il mio ufficio.
«Il Professore ha mandato Gianandrea in riunione al suo posto.»
Fingo indifferenza: «E allora?»
«Niente, volevo avvertirla.»
Gianandrea è il figlio del Professore. Un imbecille totale con il quale mi sono sempre rifiutato di lavorare. Però parla inglese.
Entro in sala riunioni e vedo Gianandrea a capotavola, al posto di suo padre. In nove anni non mi ci sono mai seduto. Mai. Ma lui è il figlio. A stento si voltano per salutarmi. Ho scritto la bozza di contratto parola dopo parola. Da un mese lavoro per garantire ai tedeschi un contratto equo. Manco da tre ore e già ho perso il posto al tavolo delle trattative.
Gianandrea non tollera di essere una figura di secondo piano. Finché c’è lui in riunione, è la prima donna. E infatti conduce le trattative come se ci degnasse della sua prestigiosa presenza, con lo stesso atteggiamento di suo padre ma senza una briciola del suo carisma, del suo cervello, della sua preparazione.
A colazione si mangiano panini in sala riunioni. Io resto in disparte. Poi vado nella mia stanza a chiamare Paola. È una telefonata brevissima, giusto il tempo di dirle: “Ti voglio bene.”
Il pomeriggio è atroce. L’avvocato tedesco insiste per limitare la responsabilità di WKW anche nelle ipotesi di dolo e colpa grave. Gianandrea traduce le sue assurde richieste. I legali della banca sono esasperati. Dopo una buona mezz’ora, Crisafulli, avvocato storico della banca, un uomo di poche parole ma di ottime relazioni, mi domanda se posso accompagnarlo nella mia stanza per fare una telefonata. Usciamo insieme e – una volta davanti alla mia scrivania – mi prega di chiudere la porta.
«Tocchi, così non andiamo avanti.»
«Lo so avvocato, lo so.»
«Ho avuto modo di valutarla in questo mese e lei si è sempre comportato in maniera ferma ma ragionevole. Al suo posto avrei difeso le stesse posizioni. Ma Tocchi, questa mattina discutiamo da tre ore su una richiesta assurda.»
«È così avvocato.»
«Allora glielo spieghi lei per favore. Lo spieghi ai tedeschi e al figlio del Professore. Non mi costringa ad andare dal Professore e pregarlo di venire in riunione. Non faccia la figura di quello che non è all’altezza di una negoziazione importante.»
Lo fisso per un attimo. Per lui è facile dire sempre la cosa giusta. Tutte le mattine la sua prima telefonata è con l’amministratore della banca: si è occupato di tutti i contratti da dieci anni a questa parte. Ha messo via un patrimonio che consente ai suoi figli di girare in Porsche a Montecarlo.
«Avvocato, non è un segreto che tra me e Gianandrea non ci siano buoni rapporti. Con lui in riunione non posso dire nulla.»
«Tocchi, mi risolva questa cosa e ci sarà tempo per risolvere tutto il resto. Lei sa che io stimo il Professore e non vorrei fargli un torto, ma nel mio studio c’è posto per un avvocato come lei. Ci pensi.»
«Grazie avvocato. Sono lusingato. Davvero.»
Torniamo in riunione. Gianandrea tiene ancora banco, cercando di fare accettare i limiti di risarcimento suggeriti dal legale tedesco. Lo ascolto per qualche minuto, poi intervengo.
«Scusate, il contratto è retto dal diritto italiano. Questo è un punto preliminare che la banca ha posto all’inizio delle trattative. Il diritto italiano, articolo 1229 Codice Civile, prevede la nullità delle clausole che limitano la responsabilità nelle ipotesi di dolo o colpa grave. Qui non è una questione di limite, è una questione di validità della pattuizione di un limite. E la pattuizione non è valida. Con questo, chiuderei l’argomento e andrei avanti.»
Sguardi di odio da parte di Gianandrea e del collega tedesco. Mi domandano di leggere l’articolo. 1229 Codice Civile: proprio quello che non volevo fare. La pubblica dimostrazione della loro ignoranza. Lo leggo – traducendolo direttamente in inglese. Silenzio. Poi l’avvocato Crisafulli – con grande mestiere – cambia argomento e passa al paragrafo successivo.
Le trattative vanno avanti da due settimane. Gianandrea è sempre a capotavola, al posto di suo padre. A volte detta lui le modifiche delle mie clausole, peggiorando – e di molto – la forma. Sono un esteta e trovo che ci sia una straordinaria bellezza in un contratto ben redatto. Il testo deve essere chiaro ed essenziale, come una poesia. Invece i pasticci, le aggiunte disordinate, le clausole di contenuto equivoco rovinano il mio lavoro. Resto seduto tranquillo lo stesso Poi, la sera, finalmente tra le braccia di Paola, dimentico tutto.
Di Celeste non parliamo. È una cosa troppo spaventosa per parlarne. Andiamo avanti come sempre, sopravvivendo nonostante tutto. Lavorando dieci, undici ore al giorno. Facendo una passeggiata fuori Milano la domenica. Vivendo per una figlia unica stupenda, di un anno e mezzo, che a stento gattona. Ho i nervi a pezzi. Vedo tutto nero. Ho bisogno di staccare il cervello, di togliere la corrente.
È l’inizio di febbraio. Fissiamo la data del closing – la firma del contratto. Si decide che la firma verrà fatta nella sala consiglio della banca, con tanto di fotografi. Il Professore mi domanda di predisporre una bozza di parcella. Il valore del contratto è di mille miliardi di lire. Gli porto la bozza: mi domanda di sedermi e la legge con aria soddisfatta. Poi, alzando lo sguardo sopra le lenti da presbite, mi dice: «Alla firma andrò io. Magari porterò Gianandrea, per presentarlo al presidente di WKW.»
Abbasso lo sguardo. È troppo intelligente, sa che ci sono rimasto male. Così aggiunge: «Sei stato bravo. A fine mese ti voglio regalare un milione.»
Non ho mai domandato un aumento, sono troppo orgoglioso. Ma un milione di regalo per un contratto da mille miliardi di lire (e una parcella a valore secondo tariffa) è un insulto. “Ti voglio regalare un milione” è un insulto. “Ti sei meritato un milione” sarebbe già stato più carino. “Mi hai fatto diventare ancora più ricco” sarebbe stato più onesto. Seguo WKW fin dal loro primo contratto in Italia. Ma al presidente lui presenta suo figlio. Saluto e me ne vado. Sarò nervoso, ma ora la misura è colma. Ora basta, ho sopportato abbastanza.
La mattina dopo, la mia prima telefonata è all’avvocato Crisafulli.
«Buongiorno Avvocato. Ora che siamo al closing, mi domandavo se la sua offerta fosse sempre valida.»
«Certamente Tocchi. Hai già deciso?»
«No, vorrei prima parlarle. Però sono dal Professore da dieci anni e forse ci sono già rimasto troppo. Dovrei fare altre esperienze professionali.»
«Sì Tocchi. Da me potresti occuparti della banca. Hanno deliberato tre acquisizioni e so che saresti in grado di assisterli.»
Fissiamo un appuntamento per sabato mattina.
Tutto si svolge come previsto. Al closing non vengo invitato. La mattina dopo, sabato, accetto l’offerta dell’avvocato Crisafulli. Lunedì mattina consegno al Professore la mia lettera di dimissioni. Il Professore non viene neppure nella mia stanza, mi telefona.
«Hai davvero deciso?»
«Sì.»
«Stai sbagliando.»
«Non credo.»
«Io invece ne sono sicuro. Qui hai le tue clienti da anni. Fai quello che vuoi, nessuno ti controlla. Ma soprattutto io ho un solo figlio avvocato.»
Crisafulli ha tre figli avvocati. Ha ragione lui, come al solito. Sto sbagliando. Anzi, ho già sbagliato. Posso fare marcia indietro? No. Devo accettare le conseguenze del mio sbaglio. Confermo le dimissioni e telefono a Crisafulli, per dirgli che prendo una settimana di vacanza: ne ho un assoluto bisogno.
Il giorno successivo saluto Piera e i miei colleghi. Incasso il rateo del mese e il rateo di tredicesima, ma non il milione di regalo, che rifiuto e porto via tutte le mie (poche) cose.
A Paola non ho ancora detto nulla. È già troppo nervosa, non voglio darle altri pensieri. Quando mi vede arrivare a casa, alle quattro del pomeriggio, è stupefatta.
«Ciao, cosa ci fai a casa?»
«Ho dato le dimissioni.»
«Sei impazzito?»
«No, non mi pare.»
«Ti pare il momento di lasciare il tuo lavoro? Hai una figlia piccola.»
«Ho già un altro lavoro, Paola, non preoccuparti. E soprattutto ho una sorpresa: partiamo.»
Mi fissa incredula.
«Per dove?»
Sento che sto per deluderla. A Paola non piace Milano e so che spera che io le dica “Parigi” o “Londra.”
«Andiamo in vacanza. Ricomincio a lavorare tra nove giorni. Ce ne andiamo al mare. Ne abbiamo bisogno.»
Forse non è la notizia che sperava di ricevere, ma sorride.
«Scegli tu dove andare. Anzi, io resto con Celeste, tu vai all’agenzia a prenotare un viaggio.»
Dopo due giorni siamo a Mauritius, all’Hotel La Pirogue. Fa caldo e siamo in costume davanti al bungalow. Celeste gioca con la sabbia e ogni tanto ci chiama per farci giocare con lei.
Paola si avvicina per mettermi la protezione venti sulla schiena. Mi giro e la bacio.
Celeste ci fissa. Sembra gelosa. Ridiamo. Un bambino olandese tira verso di lei una palla colorata. Lei gattona. Si appoggia con le mani alla palla e si alza in piedi. La palla scivola lontano e lei resta in piedi. Paola le corre incontro, ma io le grido: «Ferma.»
Mi alzo dalla sdraio e allungo le mani verso Celeste. Le dico: «Vieni.»
E lei cammina. Cammina fino alle mie braccia. Mio Dio cammina. Cammina, per la prima volta.
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Da quel giorno sono trascorsi dieci anni. Oggi sono stato al Teatro Manzoni: Celeste balla. Balla, come sua madre.

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