“Ho 85 anni” o “Il mio corpo ha 85 anni?”

“Ho 85 anni” o “Il mio corpo ha 85 anni?”

LA RIVOLUZIONE DI ROBERTO ASSAGIOLI medico, psichiatra, maestro

Psicosintesi: la Psicologia dell’Altezza
La scoperta del sé e del Sé
Intervista di Beverly Besmer

Tratto da “Interpersonal Development”. 4: 215-225 (1973/4)

Questa intervista è stata fatta a Firenze nell’aprile del 1974 a Roberto Assagioli, fondatore e divulgatore della Psicosintesi. Quando gli scrissi per la prima volta riguardo alla mia formazione in psicosintesi, nella lettera di risposta scrisse: “Il mio corpo ha 85 anni”. Al che pensai che fosse un italiano che parlava un inglese un po’ bizzarro, perché di solito si dice “ho 85 anni”. Ma la risposta del Dr. Assagioli era invece esatta e precisa. Stava applicando la psicosintesi, che è il lavoro della sua vita. Capirete presto quello che intendo dire.
Richiesi questa intervista al Dr. Assagioli mentre stavo facendo una formazione in psicosintesi personale e didattica a Firenze con il suo collaboratore Dr. Piero Ferrucci, sotto la sua supervisione. Volevo domandare al Dr. Assagioli di alcuni argomenti che non erano trattati nel suo Manuale di Psicosintesi. Lui lesse le domande che gli avevo preventivamente scritto (il Dr. Assagioli ha problemi di udito), e poi mi chiese di scrivere io stessa le risposte (questa è la sua tecnica consueta). Con mia meraviglia, riuscii a farlo facilmente, consultando il manuale.
Dopo aver preso visione delle domande con le relative risposte, il Dr. Assagioli preparò le dichiarazioni che seguono, che registrammo il 12 aprile 1974. Le osservazioni iniziali mettono a fuoco alcuni aspetti della sua concezione, aspetti che rappresentano delle chiavi di comprensione del processo di psicosintesi. Seguono poi i suoi commenti sull’obiettivo e le applicazioni pratiche della psicosintesi stessa, nonché sui futuri sviluppi del pensiero umanistico, della psicoterapia e dei rapporti interpersonali. Infine affronta l’argomento della psicosintesi nell’educazione.
Interpellai il Dr. Assagioli riguardo alla psicologia e psicosintesi delle donne, e lui mi rimandò ad un’intervista recentemente rilasciata a Claude Servan-Schreiber e pubblicata nel primo numero della nuova rivista Synthesis (vedere la bibliografia). Alle mie domande sulla sua vita privata, il Dr. Assagioli non rispose. Mi sarebbe piaciuto che mi parlasse della sua storia personale, ma è chiaro che ciò in cui è attualmente impegnato gli occupa interamente il tempo e il pensiero, anche alla sua età avanzata.
Risulta evidente come l’opera del Dr. Assagioli sia nata dalla sua stessa esperienza, facendo egli un uso quotidiano delle tecniche. Per me lui rappresenta lo spirito e la visione stessa della psicosintesi. Sono molti a considerarlo come un uomo straordinario: calore, gioia, vigore, gentilezza e generosità, umorismo e lucidità irradiano da lui e permeano la sua opera.
La psicosintesi si basa su una certa concezione dell’uomo, e della sua relazione con gli altri.
Attraverso il processo di psicosintesi, l’individuo perviene ad un’integrazione dinamica e armonica di corpo, emozioni, mente e spirito. E ad essa viene a corrispondere esternamente un’armonia dinamica nei rapporti umani. In questa concezione di armonia interna e di azione esterna, la psicosintesi mette insieme quelle che abbiamo imparato a conoscere come le due distinte modalità dell’Oriente e dell’Occidente.
Leggendo per la prima volta il Manuale di Psicosintesi, molti osservano – come ho fatto anch’io – che i contenuti sembrano ovvi. A prima vista molti di essi passano inosservati o ricevono giusto un distratto cenno di assenso. Ciò è dovuto in parte alla voluta semplicità e mancanza di pretesa degli esercizi e allo stile espositivo del Dr. Assagioli. Forse è dovuto anche a quella che a volte io sperimento come un abbagliamento da ampiezza di significato. Di certo, il fatto che una cosa sia ovvia non ne riduce affatto la validità, o l’utilità, o la sottigliezza. Al contrario, qui si trovano delle osservazioni molto profonde sulla natura della coscienza umana: noi tendiamo a trascurare le verità evidenti e le pratiche semplici. È importante invece ascoltare, riflettere e infine comprendere la grande importanza di questo lavoro: scoprire il sé e il Sé. (BB)

Roberto Assagioli: La prima domanda che di solito mi viene posta è: “Che cosa è la psicosintesi e in che cosa differisce dalle altre terapie o concezioni della personalità umana”. Per prima cosa, va detto che essa si basa sull’esperienza; è cioè empirica ed esistenziale, nel senso che è derivata dalla mia esperienza personale, nonché da quella di altri. La descrizione dei risultati non è una teoria; è il semplice resoconto di esperienze soggettive.
Facciamo ad esempio l’ipotesi che al centro della personalità umana vi sia un nucleo, un sé cosciente, che non è l’intera personalità ma solo un punto di pura autoconsapevolezza – l’osservatore di tutti i contenuti della personalità. Com’è possibile verificare questa ipotesi? Attraverso una serie di tecniche sperimentali!
La tecnica di base consiste nell’esercizio di disidentificazione della coscienza da tutti i vari contenuti della personalità, con il conseguente svelamento o scoperta del sé – della pura autoconsapevolezza. Questo esercizio è descritto in dettaglio nel Manuale di Psicosintesi.
L’esercizio di disidentificazione si basa sulla realizzazione del fatto che nella nostra personalità abbiamo molte cose, molti contenuti, ma noi non siamo quelli. Ad esempio, abbiamo un corpo fisico, ma noi non siamo quel corpo. Abbiamo delle emozioni, ma noi non siamo le emozioni, perché esse sono mutevoli, contradditorie e così via, mentre l’autoconsapevolezza è sempre la stessa. Quando ad esempio diciamo “Sono stanco”, questo rappresenta un errore di grammatica psicologica. L’“Io” non può essere stanco; è il corpo ad essere stanco. Per cui la formulazione corretta dovrebbe essere “Il mio corpo è stanco”.
Anziché dire “Sono arrabbiato”, dire “l’emozione della rabbia è presente in me, nella mia consapevolezza”. E lo stesso per la mente. Essa lavora di continuo, registrando molte cose. Ma io non sono la mente. “Io ho una mente, ma non sono una mente”. Che cosa rimane allora? Semplicemente l’“Io”, l’osservatore dell’intero panorama – o fantasmagoria – della mutevole vita personale.
Beverly Besmer: È una descrizione molto efficace. Vorrei osservare che il significato che lei attribuisce all’autoidentificazione e alla disidentificazione è diverso da quello attribuito da altri a questi termini. Inoltre, secondo la mia esperienza, c’è una tendenza a trascurare la spinta affermativa dell’esercizio. È un esperimento semplice e sorprendentemente efficace.
RA: Il problema è che gli psicologi e gli altri questo semplice esperimento non lo hanno ancora fatto. È un esperimento scientifico tanto quanto quelli che loro fanno sui topi, o simili. Chiunque abbia fatto questo esperimento senza preconcetti e con buona disposizione è arrivato alla stessa conclusione.
BB: Questo si collega in qualche modo con la meditazione?
RA: Al fine di rafforzare e rendere persistente la pura autoconsapevolezza dell’osservatore, è necessario raggiungere periodi sempre più lunghi di silenzio interiore, per realizzare il cosiddetto vuoto nel campo di coscienza. Allora si scopre un’altra importante funzione del sé: che non è solo un osservatore, ma che può anche essere attivo nel modificare la personalità. Vale a dire, può dirigere e regolare le diverse funzioni psichiche. Può essere un volente.
BB: E qui entra in gioco il fattore volontà.
RA: Anche questa è stata curiosamente trascurata dalla psicologia, talché è stata giustamente definita la Cenerentola della psicologia moderna. Ad essa ho dedicato un intero libro.
La volontà è esperienziale. Possiamo diventarne consapevoli e farne uso attraverso degli esperimenti. Dobbiamo solo scoprirla e utilizzarla.
BB: Così la psicosintesi è un processo di scoperta del sé personale – un osservatore e un volitore.
RA: Un terzo passo nella psicosintesi è costituito dal riconoscimento del fatto che il sé personale, la pura autoconsapevolezza presente al centro della personalità, è il riflesso di un più alto Sé Transpersonale.
BB: “Più alto” è un’espressione che crea problemi.
RA: Molti sono disturbati da questa distinzione fra sé superiore e inferiore. Nell’introduzione al mio prossimo libro La psicologia dell’altezza e il Sé lo spiego così.
Psicosintesi: Parallelamente a questa (storica) modalità (di una psico-fisiologia bidimensionale e di uno studio meccanicistico degli esseri umani e animali compiuto dall’esterno, quali oggetti di osservazione e descrizione), è stata sviluppata la psicologia clinica – lo studio psicologico delle problematicità… che si occupa dei problemi concreti della vita delle persone, e inevitabilmente dà origine … a un rapporto umano tra il paziente e il terapeuta. … L’osservazione delle problematicità, e specialmente di quelle che venivano all’inizio chiamate attività psicologiche “subconscie” … portò al riconoscimento di un’altra dimensione della psicologia, la dimensione della “profondità” … E questo fu l’inizio della psicologia a tre dimensioni.
L’attenzione però era rivolta quasi esclusivamente agli aspetti inferiori della personalità umana, ignorando e perfino negando quelli superiori. Questa può essere quindi chiamata una psicologia a due dimensioni e mezza, vale a dire le due dimensioni della superficie e la direzione della profondità, ma solo intesa “verso il basso”, ovvero verso gli aspetti inferiori. Questo è stato onestamente riconosciuto da Freud in una dichiarazione contenuta in una sua lettera a Binswanger… in cui riconosceva che ci sono anche altri materiali, altri livelli nell’essere umano. (Però) Freud non era interessato ad essi, e quindi sviluppò una teoria e una pratica psicoanalitiche che li ignoravano…
Recentemente è stata sviluppata una nuova psicologia… dedicata allo studio degli aspetti normali e superiori della natura umana… la psicologia umanistica. All’interno della psicologia umanistica è stato poi fatto un ulteriore sviluppo, che riguarda il riconoscimento, l’indagine e la valutazione dei conseguimenti ultimi della natura umana…
Ci sono due equivoci o fraintendimenti che devono essere ben riconosciuti e chiariti. Uno è che l’espressione “psicologia del profondo” è stata usata da molti psicologi per indicare sia la direzione verso il basso, per così dire, dell’inconscio inferiore, sia gli aspetti superiori dell’inconscio, che per amor di chiarezza andrebbero definiti “supercoscienti”.
Un esempio tipico è rappresentato da Jung. … Ad esempio, nella sua teoria degli archetipi egli include sia i concetti primitivi e arcaici, sia i modelli ideali superiori che sono affini alle Idee platoniche. Per cui quando parla di “inconscio”, non fa una chiara distinzione fra i suoi vari livelli.
Anche altri hanno usato il termine “profondo” in questo senso più elevato, transpersonale o spirituale. … Molti mistici, nel descrivere le loro esperienze … parlano di Sé “più profondo”, del “fondo” dell’Anima. Si tratta in sostanza di una questione semantica, ma la terminologia “del profondo” ha avuto l’infelice effetto di confondere le due direzioni che non solo sono diverse fra loro, ma addirittura opposte.
L’espressione “alto” e “altezze” è stata usata sia in Oriente che in Occidente per descrivere i cosiddetti conseguimenti mistici o religiosi. Le montagne erano considerate essere la dimora degli dei e degli esseri superiori … e come tali sacre. … Maslow ha usato molto le parole “basso” e “alto” nella sua descrizione dei bisogni umani. Lui parla di … un ordine gerarchico [… specialmente in Motivazione e personalità, p. 97 ff].
Una ragione generale di ostilità verso l’espressione “alto” è di natura semantica. Si fa un infelice collegamento fra i termini “alto” e “basso” usati in senso psicologico, e le valutazioni morali che vi sono connesse. … Il termine “basso” viene considerato come denotante qualcosa di inferiore in senso morale, qualcosa che deve essere eliminato o represso. Ma questa è una concezione errata. “Basso” e “alto” possono designare semplicemente uno stadio di sviluppo – e spesso lo fanno. Un semplicissimo esempio biologico lo dimostra chiaramente. Un bambino è più basso di statura di un adulto; un bambino è a uno stadio di sviluppo meno evoluto di un adulto. Ma questo non vuol affatto dire che l’adulto, come tale, sia “migliore” o “superiore” al bambino. Sia da un punto di vista psicologico che da uno morale, un bambino sano è infatti migliore o superiore ad un adulto nevrotico. … L’esistenza di questi diversi stadi di sviluppo è un fatto incontrovertibile.
È stato obiettato che [la parola “alto”] implica delle valutazioni morali che sono estranee alla scienza oggettiva. Tuttavia una psicologia puramente oggettiva (in questo senso) non è valida, perché i valori sono anch’essi fatti psicologici. … E quindi anch’essi devono essere presi in considerazione in una psicologia inclusiva, in uno studio inclusivo della natura umana. …
In generale vi è una resistenza (a riconoscere) l’esistenza di questi stadi avanzati perché sembra che comportino l’obbligo di raggiungerli. Oppure c’è la paura di quella dimensione – come Maslow ha molto ben sottolineato – e c’è una fiera avversione ad ammettere quella paura. … Ogni tipo di comportamentista vi si oppone …
Un’altra ragione o pseudo-ragione per l’avversione … risiede in un falso concetto dell’uguaglianza tra gli uomini e dell’ideale democratico. … Sembra … quasi un insulto ammettere che vi siano persone di statura superiore, sia da un punto di vista psicologico che spirituale. Questo atteggiamento è dimostrato dal disinteresse per … e dalla (sospettosa) ostilità verso … le persone dotate e superdotate, specialmente bambini e adolescenti… (che si verifica tra) i coetanei (così come tra gli) educatori, che invece dovrebbero saper meglio…
Come Maslow ha ben evidenziato, c’è un’ambivalenza di fondo; alcuni sono attirati in modo esagerato e perfino fanatico … dalle esperienze transpersonali, le illuminazioni e gli insight, e per ottenerli fanno uso anche di mezzi artificiali, mentre altri invece vi si oppongono energicamente. E a volte questa ambivalenza è presente all’interno dello stesso individuo.
In ogni modo, il “colpevole” non è la parola “alto”, ma l’esistenza stessa di questi stadi avanzati. Anche se non fossero chiamati “più alti”, o “superiori”, o appunto “avanzati”, la situazione non cambierebbe…
Ad ogni modo, nonostante tutta la confusione e i conflitti esistenti nel modo di concepire la natura umana, … si sta assistendo ad una rapida crescita dell’interesse e dell’apprezzamento verso quello che viene definito il potenziale umano.
[Estratto dall’Introduzione del prossimo libro di R. Assagioli La psicologia dell’altezza e il Sé].
RA: Ma per venire incontro a chi nutre questi preconcetti verso il Sé Superiore, adesso preferiamo parlare di Sé Transpersonale, che è un termine descrittivo neutro, che sta a indicare ciò che sta oltre e che trascende il sé personale; pur non essendone qualcosa di diverso, in quanto è la sorgente stessa del riflesso. Ad esempio, il sole può riflettersi in molti specchi. Non ci sono due soli (nel nostro sistema solare); è solo la stessa realtà che è riflessa su un altro livello di realtà. La qualità essenziale rimane la stessa: si tratta sempre di luce e di calore, per quanto attenuati e colorati.
Ma non dirò altro del Sé transpersonale, perché spesso in Psicosintesi è sufficiente avere una chiara comprensione del sé personale. Ci sono molte più cose da dire qui, a livello della personalità – altri punti di più diretta applicazione pratica.
BB: Mi piacerebbe che dicesse appunto qualcosa circa le applicazioni pratiche.
RA: La Psicosintesi è nata ed è tuttora usata come terapia per i disturbi nervosi e psicologici e per le loro ripercussioni psicosomatiche sul corpo. Comincia a diventare sempre più simile alla medicina preventiva, e la si potrebbe chiamare “igiene mentale”. Un altro importante campo di applicazione è quello dell’autorealizzazione, nel senso della completa entrata in attività delle varie funzioni della personalità.
RA: Un altro campo di applicazione è quello dei rapporti interpersonali. L’individuo non è isolato, ma inserito in una rete di rapporti personali. In Psicosintesi abbiamo sviluppato ampiamente lo studio dei rapporti interpersonali. La prima relazione interpersonale fondamentale è quella della coppia. La coppia originale è quella di madre-figlio, il neonato. Poi viene la coppia uomo-donna.
Un’altra relazione personale è quella di terapeuta-cliente, e insegnante-allievo. Qui è bene chiarire che in questo caso può e dovrebbe sussistere un’autentica relazione interpersonale che non sia il transfert di cui parla la psicanalisi, cioè la proiezione di bisogni e fantasie infantili sul terapeuta. Questo può esserci, all’inizio, ma quella che può essere effettivamente sviluppata è un’autentica relazione costruttiva tra il terapeuta e il cliente. I vari stadi di questa relazione interpersonale sono decritti nel mio opuscolo su Jung e la Psicosintesi (PRF Numero 19).
RA: Poi ci sono le relazioni sociali, un importantissimo e urgente campo di applicazione della psicosintesi: fra individui e gruppi e fra gruppi e gruppi, su scala sempre crescente. Una buona analogia per comprendere i giusti rapporti è quella del corpo fisico. Una cellula biologica rappresenta in quanto tale un piccolo individuo. Essa ha le sue funzioni: riceve apporti vitali dal sangue e dalla linfa e li restituisce elaborati. Ma per un funzionamento sano è necessario che la membrana che delimita la cellula stessa non sia né troppo spessa, né troppo porosa.
Se è troppo spessa, gli scambi avvengono con difficoltà o possono addirittura cessare, e quindi la cellula muore. Se è troppo porosa, troppo permeabile, la cellula finisce per rigonfiarsi fino a disintegrarsi. Si tratta cioè di avere il giusto tipo di permeabilità.
Lo stesso avviene tra individui e gruppi, e tra gruppi e gruppi. Adesso proviamo a immaginare che la cellula abbia una sua coscienza individuale e che man mano divenga sempre più consapevole delle altre cellule a lei simili, e poi dell’organo che nel loro insieme esse formano, ad esempio una glandola. E poi immaginiamo che l’individualità della glandola espanda la sua coscienza e riconosca la sua relazione con le altre glandole, e poi con un intero organo come il fegato, o lo stomaco. Poi questi grandi raggruppamenti di cellule possono diventare coscienti del fatto di appartenere all’intero organismo, e che il loro vero scopo, significato e funzione consiste nella salute complessiva dell’intero organismo. In un corpo umano sano, c’è una meravigliosa correlazione di questi funzionamenti interdipendenti.
Sfortunatamente, nell’umanità siamo invece ancora molto lontani da ciò. Ma questo dovrebbe rappresentare il modello verso cui dovremo lavorare nella psicologia umanistica: giusti rapporti tra coppie di individui, tra individui di uno stesso gruppo, tra gruppi e gruppi, e poi tra gruppi sempre più grandi fino ad includere l’intera umanità.
La psicosintesi può essere definita, da questo punto di vista, come un processo di sviluppo dall’individuale all’universale passando attraverso gruppi sempre più ampi. E il bel disegno della copertina di questa rivista lo rappresenta molto bene.
Questo conduce all’identità essenziale che sussiste tra l’individuale e l’universale – quello che potremmo definire il mistero centrale della vita.
BB: Adesso si sta riferendo all’applicazione della psicosintesi allo sviluppo spirituale o transpersonale?
RA: Sì. C’è un’identità essenziale tra l’individuale e l’universale, di cui però non si prende coscienza. Me lo lasci chiarire con un’analogia. Se una goccia d’acqua avesse una sua coscienza e l’estendesse al mare e all’oceano, direbbe: “Io sono della stessa natura ed essenza di tutta l’acqua presente sul globo terrestre, che è tutta composta di idrogeno e ossigeno”. Ma sarebbe assurdo se la goccia pensasse di essere l’oceano. Ci sono alcune teorie estreme, specialmente in Oriente, che enfatizzano questa identità. Beh, a livello di essenza hanno ragione. Ma è un errore collegare queste teorie ad altri livelli di realtà e di funzionamento personale. Certe espressioni come “Io sono Brahman, io sono l’Uno” devono essere ben specificate. Possono esprimere una verità ontologica e metafisica, ma il sé personale di certo non ha raggiunto quel livello di espansione di coscienza. È una differenza di sviluppo. Come la goccia d’acqua, che pur avendo la stessa essenza, non ha sviluppato la coscienza universale dell’oceano.
BB: Questa analogia mi piace moltissimo. Chiarisce benissimo la distinzione tra il sé personale, il Sé transpersonale, e l’universale. In questi ultimi commenti penso che lei abbia risposto anche alla mia domanda sulle direzioni future del pensiero umanistico e della psicoterapia. Adesso mi interesserebbe sentire le sue idee sulla psicosintesi nell’educazione.
RA: Le applicazioni della psicosintesi nell’educazione. Queste applicazioni andrebbero in un certo senso a rivoluzionare l’intera concezione e pratica dell’educazione. Vi è già un crescente movimento che tende a considerare l’educazione non come un “fornire informazioni”, ma come lo sviluppo della personalità del bambino o dello scolaro. Ma è possibile andare molto oltre in questa direzione: considerare l’educazione cioè come un semplice processo di sviluppo rappresentato dalla crescita graduale e progressiva nella dimensione adulta e matura di ciò che potenzialmente c’è già.
Qui può essere d’aiuto un’altra analogia: quella del seme e della pianta sviluppata, diciamo una quercia. Nel germe sono già contenute tutte le potenzialità della quercia. Così l’educatore o l’insegnante non deve introdurre qualcosa di nuovo; deve creare soltanto le condizioni più favorevoli per la sana crescita e sviluppo del seme nella piantina, e poi di questa nella pianta adulta. Questo sembra ovvio, ma la sua applicazione pratica si rivela in un certo senso rivoluzionaria.
Ad esempio, i genitori dovrebbero vedere in ogni bambino un adulto in via di sviluppo, e quindi trattarlo come tale, come un adulto potenziale – un Potenziale – e distinguere chiaramente i diversi stadi nello sviluppo del bambino, ciascuno dei quali richiede una diversa modalità d’approccio. Lo stesso per un insegnante. È una sorta di e-vocazione di possibilità latenti. E questo può essere fatto individualmente e in gruppi, e specialmente attraverso attività – attività creative del bambino e del gruppo di bambini, che sono facilitate dall’insegnante, ma non fornite già pronte. E di ciò vi è tutta una serie di applicazioni.
Si potrebbe dire che da questo punto di vista l’educazione è un continuo esperimento, e una continua cooperazione tra l’adulto e il bambino, o allievo.
BB: Questo mi piace – la cooperazione tra l’adulto e il bambino. Quello che lei dice potrebbe sembrare ovvio, ma in che modo può riflettersi nell’educazione, all’atto pratico? Ci dia per cortesia un esempio di quello che intende.
RA: Questo è un esempio vero. C’era una zona degli Stati Uniti, una zona montana, dove la gente era molto povera e abbandonata dalle autorità, e c’era un gran bisogno di una scuola. Ma la popolazione non riusciva ad averla. Allora arrivò un insegnante, un insegnante creativo, che disse: “Costruiamocela da noi”. E costui raccolse un gruppo di giovani adolescenti, e disse loro: “Costruiamo una scuola”. Cominciarono ad abbattere degli alberi e fecero una casa di tronchi, e poi un po’ alla volta l’ammobiliarono e raccolsero tutto il materiale necessario. E i genitori collaborarono e diedero soldi, attrezzature e così via. Ma la scuola fu costruita dallo stesso gruppo di giovani, guidati dall’insegnante. E in tal modo egli non si limitò a condurli in una interessante esperienza fisica, ma insegnò loro ogni sorta di cose: il prezzo delle cose, l’uso del denaro, i vari tipi di materiali, l’uso degli attrezzi e come procurarseli. E dopo averli testati, divise i compiti secondo le attitudini dei ragazzi. E infine, egli non solo procurò loro una scuola, ma essi ricevettero una “educazione convergente”. (L’educazione convergente cerca di integrare – nell’insegnamento e nell’apprendimento – la sfera delle emozioni, delle attitudini e dei valori (dominio affettivo) con quella del pensiero e dell’intelletto (dominio cognitivo)).
[Vedi la Ristampa N. 14 PRF di George Isaac Brown, I Have Things to Tell, e Human Teachings for Human Learning, di George Isaac Brown]
Questo era il risultato principale. In un certo senso, l’edificio fisico della scuola era un sottoprodotto dell’intervento educativo su un gruppo di giovani.
BB: Questo è un esempio bellissimo. Ma nelle scuole attuali già esistenti, l’occasione di un’impresa così rivoluzionaria non è che capiti spesso. Il guaio è che al momento non può capitare, perché sia gli studenti che gli insegnanti sono impegnati in un altro tipo di lavoro. In che modo si può usare allora la psicosintesi nelle classi attuali?
RR: La classe dovrebbe trasformarsi progressivamente in un laboratorio, vale a dire un posto dove tutti insieme inventano e poi realizzano dei progetti creativi. Ma senza perdere mai di vista il fatto che l’esecuzione del progetto non è l’obiettivo primario, ma solo un’occasione per sviluppare in pieno le capacità di ogni membro del gruppo, compreso l’insegnante. Naturalmente il tema di cui ci si occupa varierà molto a seconda che ci si trovi nelle scuole elementari, alle superiori o all’università: in tal modo, per la stessa situazione c’è la possibilità di inventare una gran varietà di progetti idonei. Il che per me rappresenta sia una crescita interpersonale che una psicosintesi.
BB: Prima di concludere, gradirei un altro suo commento sul futuro del pensiero e della psicologia umanistici.
RA: Questo è compreso nel più ampio tema del futuro dell’umanità, attraverso l’attuazione della prospettiva psicosintetica e le molte tecniche disponibili a tal fine. Il futuro dell’umanità dipende dalla psicologia. Porterò un esempio molto attuale, il problema degli impulsi aggressivi e di come evitare le guerre. La storia ha dimostrato come tutti gli altri mezzi, tutti i mezzi legali, i trattati e gli accordi, non abbiano funzionato e non funzionino. Bisogna andare alla radice. E la radice sta nell’esistenza degli impulsi aggressivi e di autoaffermazione, e dei conseguenti conflitti che insorgono in tutti i gruppi. È per questo che in psicologia, e specialmente nella psicosintesi, vi è il principio della trasmutazione delle energie. Così le energie psicologiche istintive possono venire trasmutate e utilizzate, dirette e canalizzate verso altri scopi costruttivi. Io stesso ho scritto su questo argomento. [vedi in particolare Transmutation and Sublimation of Sexual Energies, in Psychosynthesis, pp. 267-277]. Io credo che coloro che vogliono realmente la pace debbano effettuare un approfondito studio e applicazione del principio generale della trasformazione delle energie psicologiche, in particolare della tendenza combattiva e aggressiva negli individui e nei gruppi.
BB: Posso chiederle che fine si propone nel dare questa intervista, e nell’aver scelto la linea di discussione che abbiamo seguito?
RA: Quello di dare un’immagine autentica della psicosintesi e della sua utilità e applicazione.

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