La seduta spiritica

La seduta spiritica

Avevo da poco terminato gli esami di ammissione alla scuole medie.
Quei maledetti esami supplementari avevano ritardato l’inizio delle vacanze invidiando i miei compagni che, accedendo alle scuole secondarie li avevano evitati, chiedendomi il motivo di quella discriminazione.
Da qualche mese la nonna non stava bene tant’è che nella precedente primavera era stata sottoposta ad intervento chirurgico.
Alla convalescenza seguì un periodo di miglioramento in cui si pensò che l’operazione avesse risolto il brutto male che l’affliggeva.
Era tornata anche ad aiutare il nonno nella sua professione e a sorridere, a cantare talvolta. Ma le limitate forze lentamente riacquistate cominciarono a svanire.
Così l’appetito.
Quando arrivai a Cuvio, dai nonni, appunto, i miei non ritennero opportuno lasciarmi da loro, ma la nonna tanto insistette che io rimasi rassicurandoli che quel malessere si sarebbe presto risolto. Fu così che i miei acconsentirono rimandando la decisione alla successiva domenica, quando sarebbero ritornati per constatare l’evoluzione delle sua salute.
Poi le cose precipitarono. Alternandosi tra la poltrona ed il letto trascorreva i giorni sempre più pallida, digiunando e smagrendo a vista d’occhio.
Ricordo che era la sera dell’ultimo venerdì del mese di luglio la nonna era rimasta per tutta la giornata nella sua camera e, meravigliandomi, la zia maritata era venuta da noi di primo pomeriggio.
Terminata la cena il nonno, lentamente, salì da lei al piano di sopra.
Già poco loquace si stava chiudendo di giorno in giorno in un penoso mutismo e comunicare con lui era diventato difficoltoso.
Quella sera la zia giovane mostrava una inconsueta premura nello sbrigare le faccende di cucina, l’altra si allontanò di tutta fretta senza dire nulla.
La prima, poi, aprì la porta di ingresso del piccolo appartamento al di là del cortile una volta utilizzato come laboratorio, affittato in seguito ad una anziana signora di Milano per trascorrere i mesi estivi, deceduta tre anni prima e da quel momento non più utilizzato.
Troppe erano le spese per renderlo ancora idoneo all’uso, infatti, malgrado la stagione estiva, quel luogo era freddo e sicuramente non sano, a giudicare dalle grosse macchie di umidità che avevano invaso le pareti ed il soffitto, ma i nonni, di anno in anno, ne rimandavano gli interventi.
L’odore di chiuso e di muffa erano così forti che fu necessario aprire la finestra che dava sulla via principale per arieggiare i locali.
Il locale in cui eravamo entrati doveva essere stato il tinello.
Un portalampada di vetro ondulato penzolava da un filo a treccia nel centro
della stanza rischiarando appena sufficientemente l’ambiente e le poche cose
che ancora l’arredavano.

Una vecchia carta moschicida che si allungava dal filo elettrico testimoniava, con i corpi rinsecchiti di alcune vittime, che quel luogo era stato abitato e da molto tempo abbandonato.
Nel centro del locale un piccolo tavolo di legno aveva il piano ricoperto da una tovaglia scura che pareva umida, qualche sedia alle pareti e alla sinistra dell’ingresso, sul fondo del locale un camino con i due scanni in pietra ai lati del focolare.
Di fronte, addossati alla parete, un divano sgangherato e un buffet che oggi avrebbe destato l’interesse di qualche restauratore.
Dentro, dietro le due antine di vetro verde, alcuni bicchieri spaiati e qualche tazzina sbeccata di ceramica.
Appese ai muri alcune stampe quasi completamente sbiadite dentro cornici irrimediabilmente incurvate dall’umidità.
Sopra il divano, in alto appeso ad un chiodo, un Crocifisso di legno e più in basso, a portata di mano, un Rosario dai grani grossi e impolverati.
Intanto che la zia ramazzava rapidamente il pavimento rovistai tra le povere cose che ancora contenevano i cassetti della credenza, illudendomi di trovare chissà quali tesori, domandandomi il perché dell’apertura di quel luogo inutilizzato.
Avrei potuto chiederlo alla zia ma vista la sua fretta non la distrassi dai suoi pensieri. Se avesse voluto allontanarmi lo avrebbe già fatto.
La cosa più opportuna era quella di attendere gli eventi.
Di lì a poco giunse una vicina che abitava dall’altra parte della strada.
La nuova arrivata mi guardò.
Le due donne, parlandosi, mantenevano volutamente basso il tono delle voci, accrescendo la mia curiosità.
La conoscevo di vista, da tempo, ma non avevo mai avuto l’occasione di vederla da vicino. Più o meno intorno alla trentina aveva una carnagione chiara e i capelli biondi fermati sul capo da alcune forcine.
I suoi lineamenti erano delicati e nascondeva il corpo armonioso dentro vestiti di una taglia più grande. Mi piaceva.
Odorava di orto e di fiori che nel suo giardino crescevano rigogliosi.
Dal matrimonio contratto cinque anni prima non aveva ancora avuto figli ed il marito, capomastro, tornava in paese la fine di ogni settimana.
Condivideva la giornata con l’anziana madre bisognosa di continua assistenza e curava l’orto ed i fiori con amorevole passione.
Quando incrociò il mio sguardo chinai il viso a mo’ di saluto che ricambiò con un sorriso appena accennato.
La sua attenzione fu attirata dal Crocifisso e dal Rosario che furono celermente rimossi e riposti in uno dei cassetti del buffet poi, aiutata dalla zia, rimossero il tavolo dalla sua posizione per aggiustarlo sulla verticale del lampadario avvicinando le sedie dopo averle scrupolosamente ripulite.
Trascorsero pochi minuti e, accompagnata dalla zia che si era frettolosamente
assentata, entrò colei che senza alcun dubbio era l’attesa.
Aveva le sembianze di una vecchia anche se vecchia non era affatto.

Erano i lineamenti marcati e le rughe profonde ad appesantirle l’età.
Non ricordavo di averla mai vista e non riuscivo ad immaginare quale angolo del paese potesse accogliere quella curiosa figura.
Diversamente dalle donne di una certa età che usualmente raccoglievano i capelli
a “chignon”, dietro il capo, questa sconosciuta teneva i suoi grigi, lunghi, sciolti sulle spalle coperti da un foulard che tolse appena entrata.
Si muoveva agilmente in assonanza con la sua magrezza.
La sua voce era fine, proporzionata alla sua figura.
Completamente vestita di nero, la lunga gonna sfiorava il pavimento e se non fosse stato per il rumore degli zoccoli sembrava si muovesse attraverso l’intervento di qualche marchingegno nascosto sotto l’indumento.
Le quattro donne si salutarono, poi la nuova arrivata si guardò attorno come per controllare l’ambiente.
Quando mi vide scambiò qualche parola con le zie.
Ero sicuramente io il soggetto di quel conciliabolo e subito ne ebbi la conferma quando la zia maggiore, avvicinandosi, mi raccomandò di “stare bravo e di non muovermi” e, portandosi un dito alla bocca, “di stare zitto”.
Il messaggio era chiaro. Incredulo mi sedetti sul divano, solo. Avevo capito.
La “fattucchiera”, rovistando in una specie di sacca che si era portata appresso, ne trasse dei lumini di cera, forse gli stessi che vengono usati per onorare i defunti guarnendo le loro tombe.
Ne scelse quattro e dopo averli accesi ordinò di disporli agli angoli della stanza, sul pavimento, poi fece avvolgere un velo scuro attorno al lampadario in modo da concentrare la luce sul tavolo.
Dopo che si fece assicurare che la porta di ingresso fosse chiusa.
Quando tutto secondo lei fu pronto, trasse dalla sacca un panno nero che con cura dispiegò sul tavolo.
Portava ricamati in giallo, all’esterno di un cerchio, in una grafia che pareva gotica, tutte le maiuscole dell’alfabeto e al suo centro pose un piattino bianco di ceramica, rovesciato.
Lei, in piedi, si pose tra le due zie e ad un suo cenno le tre donne si sedettero raccomandando loro di tenere le mani appoggiate sulle gambe e di non accavallarle per tutta la durata della riunione.
La vicina di casa, di fronte a lei, le consegnò uno scialle che riconobbi essere uno di quelli della nonna, che si appoggiò sulle proprie spalle.
Come sospettavo ebbi la conferma per chi si era organizzata la misteriosa riunione che pensavo appartenesse ad altri tempi.
L’officiante toccò il capo delle tre presenti e cominciò a biascicare frasi a me incomprensibili tenendo le braccia semiaperte, ripetendole per tre volte.
Sicuramente stava evocando l’anima di qualche defunto.
Io, rannicchiato sul divano nell’angolo più lontano quasi al buio, in preda
allo sbigottimento più disarmante cercavo di farmi più piccolo possibile e
con il sangue raggelato, il respiro si era fatto affannoso.

I quattro lumini agli angoli della camera proiettavano sulle pareti una luce indecisa, sinistra, creando una danza di ombre che sembravano avessero vita propria.
Mi sentivo osservato da oscure presenze.
Avevo freddo, paura e voglia di andarmene il più velocemente possibile, ma mi sentivo bloccato da forze invisibili. Ero rigido come una statua.
Avrei dato non so cosa per non trovarmi lì.
Poi la “sacerdotessa ” si sedette ed invitò le altre ad appoggiare le dita della mano sinistra sul bordo del piattino, raccomandando loro di non esercitare alcuna forza.
Lei appoggiò le sue, magre, al centro.
Alzò il capo e con voce chiara e decisa formulò la prima domanda:
– Vogliamo sapere se mamma Maria è grave.-
E ritrasse la mano dal piattino che qualche istante dopo cominciò a muoversi, prima lentamente, poi più velocemente seguendo il bordo del cerchio del panno. Quando passò di fronte alle lettere “esse” ed “i” si fermò per un breve momento per poi tornare al centro.
La stessa voce chiese se fosse guarita ed alla risposta negativa seguì:
– Quanto tempo ancora ?-
Ricordando le lettere che venivano ripetute a bassa voce la risposta fu:
– Tre mesi. – “Tre mesi”, replicarono più volte le zie, sgomente.
Seguì un momento di silenzio, poi chiaramente percepii il singhiozzo della zia più giovane a cui, muto, si unì il mio.
Poi le parole di conforto e di rassegnazione delle altre, sottovoce.
Seguirono ancora domande ed il piattino, ubbidiente, compose le parole.
Quando uno dei lumini si spense la “sacerdotessa” cessò la cerimonia.
Ordinò di togliere il velo che oscurava la luce e finalmente ogni cosa si riappropriò delle sue dimensioni ed io provai un indicibile sollievo.
Le ombre svanirono così come il freddo che mi aveva pervaso.
La “donna” piegò con cura il panno nero nel cui centro depose il piattino ed il tutto fu riposto nella sacca. La vicina di casa la alleggerì dallo scialle della nonna.
La zia maggiore consegnò qualcosa all’officiante che, senza controllare, nascose dentro una piega della gonna. Bisbigliando un saluto se ne andò.
Finalmente. Non riuscivo più a controllare lo stimolo di urinare.
Quando mi coricai l’insonnia mi tenne compagnia per molto della notte temendo il triste presagio.
Nel buio della stanza mi sentivo osservato da invisibili ombre e i conosciuti respiri delle zie sembravano non appartenessero a loro.
Riuscii a prendere sonno all’alba quando la luce filtrata dai battenti vinse
le tenebre. Tre mesi dopo quella sera la nonna ci lasciò.
Era l’estate del 1948.

NOTA- Durante i 55 giorni del sequestro di Aldo Moro, ucciso il 9 maggio 1978 dalle B.R., in cui fu istituito il “Comitato di crisi”, alcuni colleghi dello stesso suo partito organizzarono una “seduta spiritica”.
Il “piattino” indicò “Gradoli” che fu erroneamente interpretato come il paese in cui veniva tenuto prigioniero e non la via della capitale dove effettivamente si trovava.. (Da una trasmissione televisiva dell’a

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